Le false promesse del partito digitale

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Mentre un governo fascista, generato con modalità democristiane, tenta di insediarsi, forzando la mano al Presidente della Repubblica, continuano a fiorire le riflessioni sul partito stimolate, come per il cane di Pavlov, dal campanello del successo del M5S. La concezione che le ispira è in tutte pressoché uguale. Basta dunque prenderne una, per avere l’idea del tutto, come in questo articolo1, il cui titolo immagina un possibile incontro tra Lenin e Casaleggio.

Si parte dal presupposto che siamo nell’era digitale, la quale impone «processi di trasformazione organizzativa di respiro globale, finalizzati alla re-invenzione della formapartito nel ventunesimo secolo». E già in questa roboante terminologia c’è tutto l’ingenuo futurismo che ispira queste riflessioni. L’era digitale è il fatto feticcio con la freccia rivolta verso un generico ma irresistibile futuro che non potrà che divorare il passato. Perciò le formazioni politiche tradizionali o si adeguano o finiranno nell’irrilevanza. Non è una critica, ma un memento. Ancor prima di pensarlo, l’oggetto è già morto, perché la vita è altrove. Dove? Nel partito digitale. Posta la premessa, segue la tautologia: se siamo nell’era digitale, il partito deve essere digitale. Non può esistere dunque il partito che si interroga sull’era digitale, la mette in discussione, la critica e le si rivolta contro. No, questo significa votarsi all’irrilevanza. E come deve essere, allora, questo fatale partito digitale? «Il partito digitale, o più propriamente partito-piattaforma, traduce nello spazio politico la logica delle piattaforme digitali dell’era delle app e dei social media, con il loro modello di iscrizione gratuita, finalizzata alla raccolta di dati e alla misurazione costante della temperatura dell’opinione pubblica; la loro offerta di disintermediazione radicale nella comunicazione pubblica; e la loro costruzione di uno spazio di interazione collettiva sostenuto da algoritmi sempre più complessi».

Ecco incosapevolmente enunciato, in un linguaggio neutro, febbrile e luccicante, il fascismo del XXI secolo. Gli iscritti, che non pagano nulla perchè ci pensa la pubblicità a irregimentarli nel partito digitale, diventano una sfaccettatura dell’opinione pubblica, la quale non ha bisogno di apparati per formarsi ed esprimersi, poiché lo spazio digitale consente la connessione immediata tra base e vertice. Dalla “connessione sentimentale” dei partiti tradizionali, alla “connessione algoritmica” del partito digitale. Da Gramsci a Grillo. Dal dramma alla farsa.

Un’osservazione più ravvicinata merita lo spazio di interazione collettiva. Qui sembrerebbe ancora sussistere un residuo filtro democratico. Ma non è così. Il cambiamento è rivoluzionario. E quindi «l’assemblea nazionale dei delegati del vecchio partito massa viene sostituita dalla piattaforma, ovvero dall’assemblea diretta e permanente di tutti gli iscritti». Inoltre, «le unità di base non sono più spazi di decisione», come nelle vecchie sezioni del defunto partito massa, ma piuttosto «spazi di dibattito e azione, che si fanno carico di sostenere praticamente la linea collettiva decisa dal partito e di adattarla alle condizioni locali».

Come si vede, di interazione non c’è un bel nulla, e dibattito è una parola usata a sproposito. C’è bensì l’algoritmo, ma che sostiene un flusso unidirezionale dal vertice alla base, la quale deve solo agire entro i confini fissati dall’alto, altrimenti scatta l’espulsione, sancita ovviamente dalla consultazione on line. Assemblea diretta e permanente, dunque, come attivismo del tutto subalterno al vertice del partito in cui, come si ammette, «un iperleader, un leader eccessivo, carismatico e plebiscitario, diventa l’hub del sistema-rete, luogo di ancoramento organizzativo e di sintesi politica della volontà cangiante della superbase, degli iscritti digitali chiamati di volta in vota a esprimersi nelle consultazioni online».

Anche qui, linguaggio frenetico e iperbolico che, sotto le spoglie di una pseudo-critica, non riesce a nascondere il fascino verso forme autoritarie sperimentate nel passato, ma che la tecnologia digitale rende di nuovo attraenti e irresistibili. Non meraviglia perciò che le conclusioni siano una esaltazione dell’esistente: «il sistema di consultazione adottato dai 5 Stelle sarà pure limitato e talvolta anche manipolato indirettamente dalla leadership e dal famoso “staff”. Ma quanto meno è un sistema che prefigura la possibilità di una nuova forma-partito che faccia i conti con le trasformazioni radicali della nostra società». E ancora: «il partito digitale offre un modello per ripensare che cosa significa la democrazia delle organizzazioni e ridurre la distanza tra cittadini e i loro rappresentanti».

È un pensiero senza uscita, una stanza dove non ci sono porte e finestre. Il partito digitale porta alla morte della democrazia, al rapporto fideistico e unilaterale tra base e vertice, alla dittatura di uno pseudo-leader manovrato da un’azienda che manipola la rete, ma è il nuovo, il nuovo che ha successo, e questo basta. In realtà, l’algoritmo, il digitale, la rete, sono solo giustificazioni di un nuovismo che si esaurisce nella considerazione ossessiva dei mezzi, ma vive nell’incultura completa dei fini. Non siamo infatti oltre la destra e la sinistra? Come se destra e sinistra fossero un fatto di natura, e non una scelta con cui orientare il proprio agire. Il partito digitale si riduce perciò all’organizzazione, che non ha bisogno di una presa di coscienza critica, ma si nutre di tecnica organizzativa. La prova è che il M5S, nato proclamando istericamente di voler stare per sempre all’opposizione, alla prima curva ha puntato dritto al governo. Al governo di una società, il cui cambiamento strutturale, roba da vecchia sinistra defunta, non rientra nel suo programma. Perciò, se Lenin incontrasse Casaleggio, gli chiederebbe beffardo: Gianroberto, ma quando la farai mai questa rivoluzione?

  1. P. Gerbaudo, Se Lenin incontrasse Casaleggio: il partito digitale oltre i limiti dei 5 Stelle, http://temi.repubblica.it/micromega-online/se-lenin-incontrasse-casaleggio-il-partito-digitale-oltre-i-limiti-dei-5-stelle/ []

Nazionalismo convergente

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In un accoratissimo editoriale, apparso qualche giorno fa sul Corriere1, Ernesto Galli Della Loggia ha descritto impietosamente il passato e il presente di un’Italia di cui preoccupano le sorti future. Per Galli della Loggia, in tutti questi anni, noi abbiamo dimenticato che la nostra democrazia nasce da una guerra perduta, e che la sconfitta ha annichilito il nostro rango internazionale e ha cancellato la nostra sovranità, lasciandoci subalterni a poteri stranieri. Inoltre, le modalità della sconfitta, l’8 settembre, sono valse a incrinare l’immagine già non molto solida dello Stato, della sua autorità e del suo comando. A ciò si è accompagnato un gigantesco fenomeno di camaleontismo di massa dall’antico al nuovo regime. Infine, la Resistenza ha promosso il fascino della fazione e dello scontro e la facilità del ricorso alla delegittimazione e all’inimicizia assolute in nome dell’antifascismo, ma anche la perdurante suggestione dell’«organizzazione» e delle «reti» più o meno occulte. Sia pure a dispetto della buona volontà di molti, ha continuato Galli della Loggia, è accaduto così che dopo il ‘45 la dimensione della nazione si sia rapidamente eclissata. E in assenza di essa, per forza di cose non ha potuto neppure esistere l’idea dell’autonomia e del valore superiore dei suoi interessi generali. Cioè degli unici fattori che rendono possibile l’esistenza di una vera classe dirigente. Sicché abbiamo dovuto contare solo sulla politica, ma una politica senza fondamento. Siamo diventati perciò un Paese che non sa cosa è né cosa vuole essere; senza idee, senza strategie, senz’anima, sempre più terra di diseguaglianze e di povertà. Un Paese senza Stato, perlopiù sporco e malandato, spesso invivibile, incustodito e inerme di fronte a chiunque voglia prenderselo. Di fronte a questo sfacelo, all’ordine del giorno va messa, allora, secondo Galli della Loggia, la rifondazione della Repubblica. Come? Ripensando senza inganni compiacenti la sua origine storica, per costruire una sua nuova memoria rispondente alla verità: ecco il primo compito di questa rifondazione.

Ci si potrà chiedere, e il secondo? Il terzo? Il quarto compito? Galli della Loggia non li delinea, e lo comprendiamo, dopo la fatica di quell’affresco storico, era giusto riposarsi. Ma facciamo un esperimento, che ci viene suggerito dalla pressoché contemporanea pubblicazione di un comunicato di Potere al Popolo, questo raggruppamento di sinistra che sta facendo grossi sforzi per uscire da una iniziale condizione goliardica. In questo comunicato, tra le tante cose giudiziose che vengono dette, si enuncia la seguente: «Vanno respinte al mittente le ingerenze della tecnocrazia e degli organi della UE e della NATO. Il popolo italiano deve riconquistare il diritto alla piena applicazione dei principi contenuti nella prima parte della Costituzione repubblicana, continuamente messi in discussione dalle politiche di austerità della UE e guerrafondaie della NATO»2. Il linguaggio è crudo, e non è certo fatto per chi bada alle sfumature, ma diamolo da leggere a Galli della Loggia. Lui lamenta, come abbiamo visto, che la sconfitta del ’45 ha annichilito il nostro rango internazionale e ha cancellato la nostra sovranità, lasciandoci subalterni a poteri stranieri. L’UE e la NATO sono l’espressione di tali poteri stranieri? Sicuramente Galli della Loggia prenderebbe a spiegare che l’UE è un destino che abbiamo scelto noi, e la NATO serve a garantire la nostra libertà. Ma allora chi sono questi poteri stranieri cui siamo subalterni? Il nazionalismo borghese, di cui l’editoriale di Galli della Loggia è una perfetta espressione, è fatto così, si fanno grandi analisi apocalittiche, ma appena ci si riferisce a qualcosa di concreto, c’è il fuggi fuggi. E il nazionalismo che generosamente definiremmo proletario, com’è fatto? Beh, l’abbiamo visto dal tono del comunicato di Potere al Popolo, gli piace abbaiare alla luna. Per l’uno e per l’altro nazionalismo, l’importante è delineare il primo compito. Poi subentra la stanchezza, e ci si riposa. Nel frattempo, il popolo italiano in carne ed ossa ha scelto, e i sondaggi che tutti i giorni gli massaggiano la mente, dicono che sei italiani su dieci sono favorevoli al governo Lega-M5S che si delinea. È il solito consenso di massa che, dal 1924, giusto per risalire indietro nel tempo, gli italiani non negano a nessuno.

  1. Un paese che va rifondato, «Corriere della sera», 18 maggio 2018, pp. 1 e 34 []
  2. Potere al popolo e il governo che verrà, http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=34036 []

Un Gramsci lungo quarant’anni

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F. L. P. (30 aprile 2018 06:40): Anche se so che non sarai d’accordo mi fa piacere lo stesso inviarti l’articolo su Gramsci che il 27 aprile l’edizione online del Corriere della Sera ha pubblicato annunciandolo contemporaneamente  nell’edizione cartacea.

F. A. (30 aprile 2018 12:25): In effetti, dissento. Come da quarant’anni a questa parte, continuo a dissentire. Ma devo riconoscere che sei l’unico con cui vale la pena di discutere, nella desolazione della gramsciologia, che in tutti questi anni dal tuo Gramsci del 1979 non è riuscita a confutarti, e ho dovuto provarci io con un articolo che sicuramente non ti ha fatto piacere1. Ma non abbiamo sempre detto che prima di tutto viene l’etica della discussione scientifica? Peccato che hai questa visione così unilaterale del marxismo. Io per un certo periodo me ne sono allontanato, ma leggendo Piaget mi dicevo: “ma queste cose le conosco”. Poi mi sono reso conto che il furbacchione aveva occultamente incorporato Marx nella sua psico-socio-genesi e sedeva sornione nell’azzimato establishment svizzero. Credimi, il totalitarismo è una falsa pista. E capisco che la provocazione è il sale della discussione, ma non c’è bisogno di supporre note segrete per indovinare il tormento di un capo vinto quale fu Gramsci. Credo che il suo tormento dovrebbe invece farci riflettere sul nostro paese, così pronto a rigettare ai margini, incarcerando o santificando, chi ne contesta la sindrome autoritaria.

F. L. P. (1 maggio 2018 10:56): Il dissenso è più importante del consenso. Si impara di più da chi dissente. Se si vuole imparare. Se invece si vuole solo insegnare il consenso è indubbiamente la bussola fondamentale. Detta questa banalità liberal-popperiana (ti ricordi?) e, adesso posso aggiungere, anche gramsciana, poche cose sulla sostanza. Marxismo, comunismo, socialismo, liberalismo, democrazia, capitalismo, fascismo, e tutti i termini del lessico politico sono in grado di significare tutto e il contrario di tutto. Per questo ogni volta che si usano bisogna stare attenti al significato con cui si stanno dicendo. Gramsci è marxista? Formulata così è domanda insensata. Se Gramsci è il punto di partenza di un nuovo marxismo come fa a non essere marxista? Elementare, Watson. Sono giochetti verbali che non aiutano a capire. Allora, d’accordo, i Quaderni sono opera marxista. Anche opera comunista? Ma certo. Contento? Benissimo. Mi puoi adesso spiegare che cosa significava essere comunista negli anni Trenta? Si poteva essere comunisti e non leninisti? Per quello che ne so, un comunista non leninista in quegli anni si definiva e veniva chiamato socialista o qualcosa di simile. A me basta che tu riconosca che se i Quaderni fossero stati pubblicati negli anni Trenta, ossia quando furono scritti, Gramsci sarebbe stato immediatamente espulso dai ranghi del comunismo e, nella patria del comunismo, avrebbe pure fatto una brutta fine. Il dissenso può far parte di un marxismo e/o comunismo critico?  “Comunismo critico” è la formula magica che usa Liguori.  Ma certo, anche se non ho mai capito cosa significhi “comunismo critico” ma nessuno è perfetto e ciascuno di noi ha i propri limiti cognitivi e io limiti ne ho tanti. Perché, ad esempio, non chiamarlo “gentiliano critico”? Con tutti i significati politici che l’aggettivo “gentiliano” ha. Ti assicuro che non sarebbe difficile etichettare il pensiero di Gramsci in questo modo e spiegarlo a partire da Gentile. Cosa ci guadagneremmo? Nulla. Una volta appagate le nostre ansie ideologiche e stabilito che Gramsci (soprattutto quello dei Quaderni) è un comunista critico o un gentiliano critico proviamo a dare un contenuto all’aggettivo “critico”? Ecco a me interessa il vino e non la botte con relativa etichetta.

F. A. (1 maggio 2018 20:52): Non possiamo discutere attardandoci sempre a definire le parole che usiamo. Le usiamo sino a quando funzionano, e questo dovrebbe bastare. Il marxismo di Gramsci è una questione storiografica ma anche attuale. Negli anni Venti e Trenta i comunisti vissero un periodo settario. Elaborare pensieri originali in lingua marxista divenne pericoloso. Gramsci, se non arrestato, avrebbe sicuramente potuto correre dei rischi nel suo campo. Non sappiamo infatti che piega avrebbe preso il suo scontro con Togliatti. Ma, in spregio alle nome vigenti, venne arrestato, la sua vita cambiò, da capo divenne un’icona. Non era ciò che voleva, e questa fu la sua tragedia. I Quaderni e le Lettere (straziante quando alla moglie indirizza lunghe trattazioni politiche) divennero la sua redazione, il suo Comitato Centrale, la sua scuola di partito. Un gigantesco discorso in solitudine attraverso cui però restò sempre miracolosamente attaccato ad una precisa corrente di pensiero. Tanto è vero che, a metà dei Quaranta, fu possibile recepirlo in tale corrente. Non fu una ricezione indolore, anzi fu carica di equivoci, ma bisogna riconoscere che, senza questi equivoci, il marxismo e il comunismo in Italia non avrebbero avuto il seguito che ebbero tra i Cinquanta e i Settanta. Questi equivoci hanno poi portato all’estinzione del marxismo e del comunismo in Italia, dagli Ottanta in poi? Questione aperta che ci porta all’oggi. Cina, Cuba, Vietnam, Corea del Nord, Venezuela con qualche riserva nominale, sono paesi che si dichiarano comunisti e si rifanno al marxismo. Se ci tengono a dichiararsi tali, non possiamo dire che si tratta solo di una sopravvivenza verbale. In Venezuela, addirittura, ma in tutta l’America latina, Gramsci e la sua egemonia sono un punto di riferimento ideologico costante. C’è solo da augurarsi che questo fermento non diventi mai, di nuovo, dottrina di Stato, come c’è il rischio che accada in Cina, dove il marxismo, da intellettuali vicini a chi governa, è elaborato nella sua accezione deterministica. Ma sinché c’è lotta ideologica, c’è speranza. Certo, Gramsci è anche quello dei cultural studies, dei subaltern studies, dei teorici del sistema-mondo, e c’è il Gramsci liberale per il quale ti batti tu. Ma siccome Gramsci resta una estensione originale del marxismo, tutti questi usi di Gramsci, anche in negativo, testimoniano di una permanente irradiazione egemonica di questa corrente di pensiero. Qui, di nuovo, tu mi chiederai cos’è il marxismo. È qualcosa di talmente vivo, che Croce cercò di ammazzarlo, all’inizio del secolo scorso. E, per farlo, si alleò con il montante marginalismo di Böhm-Bawerk, salvo poi trovarsi disarmato nella polemica con Einaudi su liberismo e liberalesimo. Questa lezione dovrebbe bastare. A meno che non la si pensi come tutti quei teorici che, dal nostro Pareto a von Mises, hanno ispirato il detto di Margareth Thatcher: la società non esiste, esiste solo l’individuo. Ma allora bisogna essere conseguenti, e non parlare di individuo, ma di un corpo-organismo che nasce, cresce, si muove nello spazio-tempo in maniera più o meno incongrua rispetto alle sue finalità, e ad un certo punto deperisce, senza avere però alcun diritto di reclamare il conforto finale nemmeno dei propri cari.

F. L. P. (1 maggio 2018 21:09): L’ho appena ricevuto e te lo mando. È la versione un po’ più lunga dell’articolo sul Corriere del 27 aprile. Per il resto mi pare che ci siamo detti civilmente l’essenziale. Una sola piccola annotazione. Non ti pare eccessivo chiamare comunista il regime cinese? Se fosse così, la definizione dei termini credo sia necessaria. Diversamente da quello che pensi. Per coerenza perché non chiamare neocomunista il fascismo?

F. A. (1 maggio 2018 23:20:07): Complimenti. La tua battaglia per un Gramsci che va oltre le “correnti sentimentali” tradizionali, fascismo, comunismo, liberalismo, ha la sua udienza. E queste sono cose che fanno piacere. Attenzione, però, ad abolire l’architrave destra/sinistra. Ci si ritrova i 5Stelle in casa. Quanto alla Cina, non sono io che la definisco comunista, ma sono loro che ci tengono a definirsi così. Non mi pare corretto poi assimilare l’attuale regime cinese al fascismo. Il fascismo coartava una “società civile” che si era formata spontaneamente, il comunismo cinese nella versione di Deng stimola la formazione di una “società civile” che in Cina è sempre stata carente. Non mi pare una differenza da poco.

  1. La teoria dell’espressività in Gramsci. A proposito della Gramsci-Wittgenstein connection, «Paradigmi», anno XXXI, nuova serie, 2-2013, maggio-agosto, pp. 151-168. Una precedente versione era già apparsa in «Critica marxista», n. 6, novembre-dicembre 2012, pp. 54-63, tradotta poi in giapponese, «La Città Futura», 2013, organo della Gramsci Tokio Society, http://gramsci-tokyo.com/会報/2013.aspx. Ringrazio Lia Formigari e Guido Liguori che nelle due occasioni hanno sostenuto la pubblicazione dell’articolo. []

Fascismo, il fatto “neutro” che ingrippa le istituzioni

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Centro «arrabbiato», «che non dirige il traffico» (Bersani, a “diMartedì” di qualche settimana fa). M5S, che ha un problema con la democrazia rappresentativa (sempre Bersani), e infatti v. Casaleggio jr., secondo cui i partiti tradizionali sono moribondi, la democrazia sarà sul web (lettera al “Corriere” del 3 aprile). Masse di elettori di sinistra che si spostano sul centro «arrabbiato», attratti dall’agitazione di temi tradizionalmente di sinistra. Negazione grillina dell’architrave destra/sinistra, ma riproposizione della contrapposizione dentro il “Movimento” (da ultimo, D’Alema, editoriale di “Italianieuropei” 2/2018). Chi nota tutto questo, purtroppo, e la cosa non meraviglia, continua a glissare sulla cosa più grossa, la dittatura del capitale sul lavoro, e del capitale finanziario sul capitale. Ma se, come nel gioco dei puntini, si uniscono con delle linee tutti questi elementi, balza fuori dai libri di storia la figura ben nota del fascismo, ridotto però a fatto “neutro”, necessario addirittura a far funzionare le istituzioni democratiche. Forse che Mattarella non spinge gli “arrabbiati” di Lega e M5S ad allearsi tra di loro, per un governo che soddisfi le “urgenze dei cittadini”, oltreché le “responsabilità internazionali”? Si obietterà che questi “vincoli” addomesticano il fascismo che alberga in quei due partiti, ma a loro volta questi partiti fiaccheranno il potenziale trasformatore che, secondo Costituzione, dovrebbe essere proprio delle istituzioni democratiche, le quali ristagneranno nell’inerzia in cui ingrassa l’attore principale, quel capitale finanziario che tutto permea di sé. Tonalità del presente, dunque, virante al nero. Ma negli anni Trenta c’era l’URSS, la Terza Internazionale, l’antifascismo, un campo largo che, pur con i suoi casini, faceva da supporto a chi resisteva. Oggi, chi avanza le analisi sopra richiamate guarda dall’alto in basso il socialismo latino-americano, per altro, disomogeneo di suo – Kirchner, di solito garrula, non ha emesso un solo tweet pro Lula. Oggi, chi avanza quelle analisi, al massimo, firma, appunto, qualche appello per Lula, e si chiede cinicamente perché mai ancora i cubani si ostinino nel loro comunismo residuale, e deve essere qualche onesto giornalista borghese (Bernardo Valli, su L’Espresso del 18 marzo) a riconoscere che Cuba, sì, sarà un inferno, ma è anche un paradiso. Eppure, il 4 marzo ha parlato chiaro, non c’è più spazio per la sinistra borghese di questi ultimi decenni, si presenti sotto le vesti del Pd o di LeU. Né c’è spazio per la sinistra goliardica di Potere al popolo. La sinistra è, se è proletaria, nazionale, internazionalista. Un lavoro immenso per riempire queste tre parole di sempre con i contenuti del tempo presente. Ma che altro fare?

Lavoro, parlamento, fascismo dopo il 4 marzo

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A volte, porsi domande lunari, serve ad afferrare più saldamente la realtà effettiva. E, dunque, a che punto sono le sorti del lavoro non alienato nel Parlamento appena uscito dalle elezioni del 4 marzo? Nel precedente Parlamento, c’era una grande area “riformista”, in cui si è accettato per qualche decennio che il lavoro venisse “riformato” per ”ridurre il danno” (“lo facciamo noi delicatamente, prima che lo faccia la destra brutalmente”), area che, sotto la pressione della crisi, si è scissa in una parte maggioritaria, tenuta al guinzaglio dal vasto raggruppamento liberista, che aveva in Alfano il suo cavallo di Troia, e in una parte minoritaria che, prima con timide protestazioni verbali contro il Job Act, poi con la scissione di LeU, si è venuta via via caratterizzando in senso laburista, sino al tardivo incontro elettorale di Grasso con Corbyn. Adesso bisogna aggiornare la mappa e anche la terminologia.

Dal voto è uscita l’area del centrodestra egemonizzato dalla Lega, che, al fine del mantenimento dell’ordine esistente, riconosce al lavoro la modesta quota parte utile alla sua riproduzione, ivi compreso un certo consumo affluente aggiornato al clima penitenziale dell’austerity, quest’ultima per altro contestata in senso sovranista, fra i mugugni dell’area euro-popolare di cui il Berlusconi redivivo si fa garante. Al capitale tocca, dunque, la grossa quota parte della flat tax, e al lavoro viene riconosciuto il risarcimento salariale differito dell’abolizione della riforma Fornero, più qualche mancetta in busta paga “per sostenere la domanda”. Questo non è populismo, ma il riconoscimento “corporativo” del lavoro, nel quadro di una dialettica nella quale il capitale immodificabilmente comanda su lavoro, soprattutto nei periodi di crisi, come accadde negli anni Venti del secolo scorso, dove il comando divenne dittatura politica, cioè fascismo.

Dal 4 marzo, è uscita poi l’area del lavoro “subalterno”, che nel precedente Parlamento era intestato ai modi civilizzati del riformismo. Quest’area adesso è ristretta al gruppo renziano, cui sta venendo in soccorso il focoso Calenda, ed è collegato per mille fili al liberismo europeistico di cui la Commissione di Bruxelles è il “consiglio di amministrazione”, che si muove su input della BCE ecc. ecc. In quest’area, il comando del capitale sul lavoro è altrettanto ferreo, ma viene a mancare il riconoscimento “corporativo”, poiché il capitale, avvolto nella spirale globalista, dove meglio si ossigena la sua bionda chioma guerriera, non tollera vincoli di sorta, tanto meno “corporativi”. Tecnicamente, questo è il fascismo “bianco”. Bianco perché, a differenza di quanto accade nella dialettica “corporativa” tra capitale e lavoro, non c’è più l’allusione al fascismo storico. Fascismo perché, secondo il suo significato essenziale, forgiato dalla storia negli anni Venti del secolo scorso, è fascista il dominio incontrastato, cioè dittatoriale, del capitale sul lavoro. Un significato storico, dunque, che è divenuto tecnico, dal momento che la dittatura del capitale non ha più bisogno di iscriversi nella sovrastruttura politica, sospendendo il parlamentarismo, ma si può esercitare semplicemente nella struttura, liquefacendo il lavoro, o tecnologicamente (info-robotica) o socialmente (delocalizzazioni).

A questa liquefazione del lavoro, sia in quanto lavoro differito nell’info-robotica, sia come sparizione nel sottosuolo infernale delle delocalizzaizoni, si richiama, con una fascinazione al limite dell’incanto magico, l’area del non lavoro, intestata agli allucinati visionari del M5S. Qui, un cattivo realismo (non “il capitale, per riprodursi, sta uccidendo il lavoro”, ma “il lavoro è morto”) diviene la giustificazione per una richiesta redistributiva, il reddito di cittadinanza, che, fatti due conti, al capitale conviene, eccome, dal momento che è assai meno costoso del Welfare, e socialmente, frantumando ancora di più le connessioni sociali, rende ancora più vulnerabile il lavoro, ascrivendolo al precario destino dell’individuo ridotto ad atomo consumistico austericizzato. L’area del non lavoro, dunque, propala l’enorme mistificazione grillo-casaleggiesca secondo la quale, l’accresciuta dittatura del capitale sul lavoro viene fatta passare per fine del lavoro. Non un momento storico della lotta di classe, ma un dato di fatto che la tecnologia entificata e la società naturalizzata incorporano nel percorso evolutivo della specie. Come contestare l’evoluzione naturale, quando per altro il reddito di cittadinanza si sposa facilmente con un sostrato storico assistenzialistico-clientelare, solo marginalmente attinto in passato dal “salto di civiltà” del lavoro classicamente alienato? Su questo, per altro, si appunta la critica di coloro che, dal fronte del lavoro “subalterno”, contrappongono il “lavoro” all’“assistenzialismo”, salvo poi liquefare il lavoro con il Job Act. Ma queste sono schermaglie dialettiche di poco conto.

Per completare il quadro, resta da citare, nel nuovo Parlamento, la sparuta area laburista, rappresentata dai naufraghi di Liberi e Uguali, che sono ritornati a riconsiderare la dura realtà storica della guerra del capitale contro il lavoro, ma senza fuoriuscire dall’illusione che, concertando concertando, il bastone capitalistico di oggi diventerà la carota socialista di domani.

Dunque, lavoro corporativo, lavoro subalterno, non lavoro, lavoro laburista, questo lo spettro delle posizioni presenti nel nuovo Parlamento, che si caratterizza perciò per un approfondimento della dittatura del capitale rispetto al Parlamento uscente, e questo proprio quando si celebra la fuoriuscita dalla crisi, a dimostrazione che le crisi si risolvono sempre “a destra”, mentre è lo sviluppo che consente virate “a sinistra”, verso cioè l’affermazione del lavoro come strumento per far fiorire l’essenza umana. Un punto che, almeno strategicamente, dovrebbe tornare al centro di una sinistra dalla ritrovata virtù, rimandando la tattica a qualche genio dell’azione prodigato da una favorevole fortuna.